Zanzotto Andrea
Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo (Treviso) nel 1921. E’ considerato dalla critica come uno dei più importanti poeti del secondo Novecento (Premio Viareggio 1979, Premio Librex-Montale 1983, Premio "Feltrinelli" dell'Accademia dei Lincei 1987 per la poesia).<br>Nelle sue prime opere, “Dietro il paesaggio”, “Elegia ed altri versi”, “Vocativo”, Zanzotto ritorna con continua passione sui fiumi, sui boschi, sui cieli, sulle stagioni dell'amata campagna veneta, esprimendone l'estasiata scoperta attraverso una parola che si fa creazione di analogie e alfabeti metafisici, di tracce dell'assoluto, di verità ricavate e rivelate da nomi e apparenze, mentre il soggetto, ricondotto totalmente al gioco linguistico che lo crea e lo distrugge, è al centro di un'angoscia cosmica di ascendenza leopardiana.<br>Con le “IX Elogie”, Zanzotto muta di colpo l’apparenza del suo discorso poetico, spostandosi verso l’autoironia, lo sperimentalismo formale e la percezione dell’invadenza drammatica e nevrotizzante della nuova realtà industrializzata e consumistica: un ossessionante viaggio attraverso l’oscuro e delirante mondo contemporaneo che porta ad abbandonare le linee luminose dei paesaggi dei primi libri, per descrivere un inferno lucido, meccanico e sconvolgente.<br>La ricerca continua delle opere successive: con “La beltà”, “Gli sguardi i fatti” e “Senhal, Zanzotto, avvalendosi delle tecniche di esplorazione psicologica e, contemporaneamente, di una serie di mirabili invenzioni verbali, compie un viaggio nelle profondità del mondo interiore, impossibilitato alla chiarezza e alla comunicabilità ma, al tempo stesso, animato da un’inesausta tensione comunicativa, arrivando alla rappresentazione delle angoscie e delle ossessioni del modo contemporaneo attraverso una forma verbale fredda, che carica di forma inquisitiva ed accusatoria ogni istante del discorso.<br>Il rimescolio sempre più originale e vorticoso di materiali linguistici prosegue nelle raccolte più recenti: da “Pasque” a “Filò”, in antico dialetto trevigiano, a “Il galateo in bosco” (1978) è un continuo alternasi di latino, provenzale, formulari dei "mass media", dialetto veneto e "petèl", in una combinazione verbale che però non è mai gioco fine a se stesso, costituendo piuttosto una sorta di segnale linguistico dei momenti più complessi e intricati del nostro inconscio. ( riduzione da “Il Porto ritrovato”)
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