Voci dal braccio della morte
Nei prigionieri in attesa d’esecuzione le reazioni più comuni sono rabbia, odio, prostrazione e disperazione; spesso accompagnate da una graduale desertificazione dei buoni sentimenti. Ma esistono anche persone che, pur sopportando e convivendo col peso del degrado cui sono sottoposte, non rinunciano a lottare per manifestare la loro irrinunciabile umanità. Sono molte, moltissime le persone condannate a morte che non si arrendono al sistema che le vorrebbe disumanizzare e che, anzi, dimostrano di avere ragioni e sentimenti assai migliori di gran parte della stessa collettività che le considera “scarti” da eliminare. Nei bracci della morte le “voci umane” si trasformano in urla silenziose che si infrangono su sbarre e su muri di prigioni; ma anche contro barriere morali e culturali che la cosiddetta società civile ha eretto in nome di una giustizia iniqua e di classe. Queste voci, sepolte nelle galere e nelle coscienze dell’umanità, risorgono in un coro che inneggia alla vita, alla comprensione, al perdono. Gli autori che scrivono dai bracci della morte, per lo più, non sono persone carismatiche, emblematiche o famose; loro, nonostante gli sforzi, non riescono a mobilitare il mondo intellettuale, culturale e politico. Non stimolano i grandi movimenti di opinione, insomma. Sono dei modesti “signor nessuno”, per questo, condannati due volte: una dai tribunali, l’altra dall’anonimato. Ascoltando i testi che seguono, si può scoprire che a scrivere non sono pericolosi criminali confinati in vuoti a perdere, o numeri di matricola con accluse le date di scadenza; ma esseri umani, molto umani.( Marco “Red Eagle” Cinque, curatore del libro "Poeti da morire", Perrone editore, Roma, 2007)
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